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Come posso viaggiare in modo più sostenibile? / How can I travel more sustainably?


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Italian Version:

  • Silvia: Federico, ho saputo che l’anno scorso hai fatto un viaggio in Europa usando solo mezzi sostenibili. Mi piacerebbe imparare da te: come posso viaggiare in modo più sostenibile senza rinunciare al piacere di scoprire posti nuovi?
  • Federico: Ciao Silvia, bella domanda. Viaggiare in modo sostenibile non significa affatto rinunciare al piacere, anzi, secondo me lo aumenta. Ti do tre consigli pratici. Primo: preferisci il treno all’aereo quando possibile. Per tratte inferiori ai mille chilometri, il treno ha un’impronta di carbonio drammaticamente più bassa, e spesso è anche più rilassante: niente code in aeroporto, nesse restrizioni sui liquidi, e puoi guardare il paesaggio che scorre. Secondo: scegli strutture ricettive eco-compatibili, cioè alberghi, B&B o agriturismi che hanno certificazioni ambientali, usano energie rinnovabili, riducono la plastica, raccolgono i rifiuti differenziati. Terzo: rispetta le comunità locali. Non comportarti come se il posto fosse un parco giochi a tua disposizione. Informati sugli usi e costumi, compra dai commercianti locali, non danneggiare l’ambiente naturale, e cerca di lasciare il luogo migliore di come l’hai trovato.
  • Silvia: Il terzo punto mi sembra il più difficile perché richiede un cambio di mentalità. Spesso il turista pensa di avere “diritto” a divertirsi senza pensare alle conseguenze. A proposito, proprio pensando a questo, cosa ne pensi del turismo di massa in città come Venezia? Ci sei mai stato?
  • Federico: Sì, ci sono stato, purtroppo in alta stagione, e ti confesso che l’esperienza è stata quasi traumatica. Il turismo di massa a Venezia è un problema enorme, uno di quelli che definirei “emergenza culturale e ambientale”. La città sta soffrendo in modo evidente: i canali sono invasi da motoscafi turistici, le piazze sono così affollate che camminare diventa impossibile, gli affitti brevi hanno spinto via i residenti, trasformando interi quartieri in hotel senza volto. Il risultato è che Venezia rischia di diventare un parco a tema, un museo senza cittadini, dove l’autenticità è stata sacrificata all’altare del profitto turistico. Servono politiche di gestione dei flussi molto più rigide: limitare il numero di ingressi giornalieri, tassare i crocieristi che scendono per poche ore, incentivare il turismo nelle altre città venete meno conosciute per decongestionare. Qualcosa si sta muovendo, come il sistema di prenotazione e pagamento per i visitatori giornalieri, ma secondo me non basta.
  • Silvia: Io stessa sono stata a Venezia da bambina e ricordo la folla, ma non pensavo fosse così grave. Quindi secondo te la soluzione è limitare, non solo incentivare?
  • Federico: Esattamente. Per decenni si è pensato che il turismo fosse sempre e comunque una risorsa illimitata, e che più turisti arrivavano, meglio era. Oggi sappiamo che non è vero. Esiste una capacità di carico, cioè un numero massimo di visitatori che un luogo può sostenere senza subire danni irreversibili. Superata quella soglia, il turismo diventa distruttivo. Venezia è l’esempio più drammatico, ma non l’unico: Barcellona, Dubrovnik, la Costiera Amalfitana, le Cinque Terre soffrono di problemi simili. Limitare non significa chiudersi al mondo, ma gestire in modo intelligente. Significa privilegiare il turismo lento, quello di qualità, che spende di più ma lascia un’impronta minore.
  • Silvia: Capisco. E per chi vuole viaggiare in modo sostenibile, esistono delle certificazioni o dei marchi che aiutano a riconoscere le strutture virtuose? Perché altrimenti uno rischia di finire in un albergo che si definisce “eco” ma che in realtà fa solo greenwashing.
  • Federico: Ottima osservazione, il greenwashing è un pericolo reale. Fortunatamente esistono certificazioni serie e riconosciute a livello internazionale. Per esempio, c’è il marchio Ecolabel, che è il marchio europeo di qualità ecologica, applicabile anche alle strutture ricettive. Poi c’è Green Key, un’altra certificazione molto diffusa in Europa, che valuta l’efficienza energetica, la gestione dei rifiuti, l’uso dell’acqua, l’offerta di mobilità sostenibile, e persino la presenza di prodotti biologici a colazione. Esistono anche marchi nazionali o regionali: in Italia, per esempio, c’è la “Carta Europea del Turismo Sostenibile” per le aree protette, e alcune regioni come il Trentino hanno i loro sistemi di certificazione. Quando cerchi un alloggio, controlla se ha una di queste etichette. Non è una garanzia assoluta, ma riduce molto il rischio di incorrere in false promesse.
  • Silvia: E per quanto riguarda le destinazioni? Esistono certificazioni anche per intere città o regioni?
  • Federico: Sì, esistono. Ad esempio, la “Green Destination” è un programma internazionale che certifica le destinazioni turistiche sostenibili. Valuta oltre cento criteri, tra cui la gestione dei rifiuti, la protezione della biodiversità, l’accessibilità per disabili, la promozione della cultura locale. Alcune località italiane hanno ottenuto questa certificazione, come le Dolomiti Bellunesi o il Parco Nazionale del Cilento. In generale, ti consiglio di cercare destinazioni meno “instagrammate” e più autentiche. Invece di andare a Venezia in agosto, vai in un borgo dell’entroterra marchigiano. Invece delle Cinque Terre nel ponte del 25 aprile, scegli un tratto meno noto della costa ligure. Il turismo sostenibile è anche scoprire luoghi che non conosce nessuno.
  • Silvia: Hai ragione, spesso si cade nella trappola delle mete famose solo per fare le foto. Ma cambiare abitudini è difficile. Tu personalmente, come organizzi un viaggio sostenibile? Parti con un itinerario rigido o lasci spazio all’improvvisazione?
  • Federico: Di solito faccio così. Prima scelgo una macro-area che voglio visitare, possibilmente raggiungibile in treno dalla mia città. Poi cerco online strutture con certificazioni ambientali. Una volta prenotato l’alloggio, preparo un itinerario di massima, ma lascio sempre margine per scoperte inaspettate. La cosa più importante, però, è che cerco di viaggiare leggero: un solo zaino, niente valigie enormi. Consuma meno carburante, è più facile spostarsi con i mezzi pubblici, e ti costringe a comprare solo ciò che ti serve davvero. Inoltre, quando arrivo, mi informo sulle normative locali: ad esempio, ci sono spiagge dove non si può entrare con la crema solare chimica perché danneggia il corallo? Ci sono sentieri dove è obbligatorio il guinzaglio per i cani? Ci sono orari di silenzio nei villaggi? Rispettare queste piccole regole è un atto di rispetto verso chi vive lì tutto l’anno.
  • Silvia: Non ci avevo mai pensato alla crema solare. È un dettaglio che molti ignorano. E per quanto riguarda il cibo? Mangiare locale è più sostenibile?
  • Federico: Assolutamente sì, ed è uno dei piaceri del viaggio. Mangiare a chilometro zero, cioè prodotti coltivati o allevati vicino al luogo dove ti trovi, riduce le emissioni del trasporto, sostiene l’economia locale e spesso è più sano. Evita le grandi catene internazionali di fast food: non solo hanno un’impronta ecologica pesante, ma omologano i gusti e distruggono le tradizioni culinarie locali. Cerca invece il mercato contadino, la trattoria familiare, il ristorante che usa verdure di stagione. E porta con te una borraccia e delle posate riutilizzabili, così eviti plastica anche quando compri cibo da strada.
  • Silvia: Stai descrivendo un modo di viaggiare che è quasi l’opposto del turismo tradizionale. Non è più costoso, però? Viaggiare sostenibile spesso sembra una scelta da privilegiati.
  • Federico: È un pregiudizio comune, ma non del tutto vero. È vero che il treno a volte costa più dell’aereo, soprattutto se prendi offerte low cost, ma se includi nel calcolo i trasferimenti da e per gli aeroporti, che spesso sono lontani dalla città, la differenza si riduce. Inoltre, viaggiare leggeri e usare i mezzi pubblici anziché il taxi o l’auto a noleggio fa risparmiare molto. Le strutture certificate Green Key non sono necessariamente più care: alcune sono B&B a conduzione familiare con prezzi accessibili. E poi, mangiare al mercato o alla trattoria locale costa meno che nei ristoranti turistici. Insomma, con un po’ di organizzazione, il turismo sostenibile è accessibile anche a budget medi. Certo, se vuoi volare dall’altra parte del mondo ogni due settimane, quello non è sostenibile né per il pianeta né per il tuo portafoglio.
  • Silvia: Mi hai dato molto da pensare. Il mio prossimo viaggio lo proverò a organizzare seguendo i tuoi consigli. E chissà, forse alla fine sarà anche più autentico e memorabile.
  • Federico: Te lo auguro, Silvia. Ricorda: il turismo sostenibile non è una rinuncia, ma un’altra forma di arricchimento. Invece di collezionare selfie, collezioni esperienze. Invece di consumare un luogo, lo attraversi con gratitudine. E i posti che visiti, invece di odiarti per il disturbo arrecato, ti ricorderanno come un ospite gradito.

English Translation:

  • Silvia: Federico, I heard that last year you took a trip around Europe using only sustainable means. I’d like to learn from you: how can I travel more sustainably without giving up the pleasure of discovering new places?
  • Federico: Hi Silvia, good question. Traveling sustainably doesn’t mean giving up pleasure at all, indeed, in my opinion it enhances it. Let me give you three practical tips. First: prefer the train to the plane when possible. For routes under a thousand kilometers, the train has a dramatically lower carbon footprint, and it’s often more relaxing: no airport queues, no liquid restrictions, and you can watch the scenery roll by. Second: choose eco-friendly accommodations, meaning hotels, B&Bs, or agritourisms that have environmental certifications, use renewable energy, reduce plastic, and practice separate waste collection. Third: respect local communities. Don’t behave as if the place is a playground at your disposal. Learn about local customs, buy from local merchants, don’t damage the natural environment, and try to leave the place better than you found it.
  • Silvia: The third point seems the most difficult because it requires a mindset shift. Often the tourist thinks they have the “right” to have fun without thinking about the consequences. Speaking of which, what do you think of mass tourism in cities like Venice? Have you ever been there?
  • Federico: Yes, I’ve been there, unfortunately in high season, and I confess the experience was almost traumatic. Mass tourism in Venice is a huge problem, one of those I would call a “cultural and environmental emergency.” The city is visibly suffering: the canals are invaded by tourist motorboats, the squares are so crowded that walking becomes impossible, short-term rentals have driven out residents, turning entire neighborhoods into faceless hotels. The result is that Venice risks becoming a theme park, a museum without citizens, where authenticity has been sacrificed on the altar of tourist profit. Much stricter crowd management policies are needed: limiting the number of daily entries, taxing cruise ship passengers who disembark for just a few hours, encouraging tourism in other lesser-known Veneto cities to decongest. Something is moving, like the booking and payment system for day visitors, but in my opinion it’s not enough.
  • Silvia: I went to Venice myself as a child and remember the crowds, but I didn’t think it was that serious. So in your opinion, the solution is to restrict, not just incentivize?
  • Federico: Exactly. For decades, it was thought that tourism was always and in any case an unlimited resource, and that the more tourists arrived, the better. Today we know that’s not true. There is a carrying capacity, a maximum number of visitors a place can sustain without suffering irreversible damage. Beyond that threshold, tourism becomes destructive. Venice is the most dramatic example, but not the only one: Barcelona, Dubrovnik, the Amalfi Coast, the Cinque Terre suffer from similar problems. Restricting doesn’t mean closing off to the world, but managing intelligently. It means favoring slow tourism, quality tourism, which spends more but leaves a smaller footprint.
  • Silvia: I see. And for those who want to travel sustainably, are there certifications or labels that help recognize virtuous establishments? Otherwise, one risks ending up in a hotel that calls itself “eco” but actually only does greenwashing.
  • Federico: Excellent observation, greenwashing is a real danger. Fortunately, there are serious, internationally recognized certifications. For example, there is the Ecolabel, which is the European ecological quality label, also applicable to accommodations. Then there is Green Key, another very widespread certification in Europe, which evaluates energy efficiency, waste management, water use, sustainable mobility offerings, and even the presence of organic products at breakfast. There are also national or regional labels: in Italy, for example, there is the “European Charter for Sustainable Tourism” for protected areas, and some regions like Trentino have their own certification systems. When looking for accommodation, check if it has one of these labels. It’s not an absolute guarantee, but it greatly reduces the risk of falling for false promises.
  • Silvia: And what about destinations? Are there certifications for entire cities or regions as well?
  • Federico: Yes, there are. For example, “Green Destination” is an international program that certifies sustainable tourist destinations. It evaluates over a hundred criteria, including waste management, biodiversity protection, accessibility for the disabled, and promotion of local culture. Some Italian locations have obtained this certification, such as the Belluno Dolomites or the Cilento National Park. In general, I recommend seeking out less “Instagrammed” and more authentic destinations. Instead of going to Venice in August, go to a village in the Marche hinterland. Instead of the Cinque Terre on the April 25th long weekend, choose a lesser-known stretch of the Ligurian coast. Sustainable tourism also means discovering places that nobody knows.
  • Silvia: You’re right, we often fall into the trap of famous destinations just to take photos. But changing habits is difficult. You personally, how do you organize a sustainable trip? Do you start with a rigid itinerary or leave room for spontaneity?
  • Federico: Here’s what I usually do. First I choose a macro-area I want to visit, preferably reachable by train from my city. Then I search online for accommodations with environmental certifications. Once the accommodation is booked, I prepare a rough itinerary, but always leave room for unexpected discoveries. The most important thing, however, is that I try to travel light: just one backpack, no huge suitcases. It consumes less fuel, makes it easier to move around by public transport, and forces you to buy only what you really need. Moreover, when I arrive, I inform myself about local regulations: for example, are there beaches where you cannot enter with chemical sunscreen because it damages coral? Are there trails where dogs must be on a leash? Are there quiet hours in villages? Respecting these small rules is an act of respect toward those who live there all year round.
  • Silvia: I’d never thought about sunscreen. It’s a detail that many ignore. And regarding food? Is eating local more sustainable?
  • Federico: Absolutely yes, and it’s one of the pleasures of travel. Eating zero-kilometer food, meaning products grown or raised near where you are, reduces transport emissions, supports the local economy, and is often healthier. Avoid large international fast-food chains: not only do they have a heavy ecological footprint, but they homogenize tastes and destroy local culinary traditions. Instead, look for the farmers’ market, the family-run trattoria, the restaurant that uses seasonal vegetables. And bring a reusable water bottle and cutlery, so you avoid plastic even when buying street food.
  • Silvia: You’re describing a way of traveling that is almost the opposite of traditional tourism. But isn’t it more expensive? Sustainable travel often seems like a choice for the privileged.
  • Federico: That’s a common prejudice, but not entirely true. It’s true that the train sometimes costs more than the plane, especially if you take low-cost offers, but if you include in the calculation the transfers to and from airports, which are often far from the city, the difference shrinks. Moreover, traveling light and using public transport instead of taxis or rental cars saves a lot. Green Key certified accommodations are not necessarily more expensive: some are family-run B&Bs with affordable prices. And eating at the market or a local trattoria costs less than at tourist restaurants. In short, with a bit of organization, sustainable tourism is accessible even on medium budgets. Of course, if you want to fly to the other side of the world every two weeks, that’s neither sustainable for the planet nor for your wallet.
  • Silvia: You’ve given me a lot to think about. My next trip I’ll try to organize following your advice. And who knows, maybe in the end it will also be more authentic and memorable.
  • Federico: I wish you that, Silvia. Remember: sustainable tourism is not a sacrifice, but another form of enrichment. Instead of collecting selfies, you collect experiences. Instead of consuming a place, you pass through it with gratitude. And the places you visit, instead of resenting you for the disturbance caused, will remember you as a welcome guest.

  1. Secondo Federico, per tratte inferiori ai mille chilometri, il mezzo più sostenibile è…
    • l’aereo, perché è più veloce.
    • il treno, perché ha un’impronta di carbonio molto più bassa.
    • l’auto privata, perché si decide da soli gli orari.
  2. Quale dei seguenti NON è un consiglio di Federico per viaggiare in modo sostenibile?
    • Scegliere strutture eco-compatibili.
    • Rispettare le comunità locali.
    • Usare plastica monouso per comodità.
  3. Secondo Federico, il turismo di massa a Venezia ha causato…
    • un aumento della qualità della vita dei residenti.
    • la trasformazione di interi quartieri in hotel senza volto e la fuga dei residenti.
    • una diminuzione dell’inquinamento.
  4. Cosa si intende per “capacità di carico” nel turismo?
    • Il peso massimo dei bagagli consentito in aereo.
    • Il numero massimo di visitatori che un luogo può sostenere senza subire danni irreversibili.
    • La quantità di CO2 emessa da un volo.
  5. Quale certificazione europea per strutture ricettive sostenibili viene menzionata?
    • ISO 9001.
    • Ecolabel e Green Key.
    • Slow Food Travel.
  6. Il “greenwashing” è…
    • una tecnica per tingere gli edifici di verde.
    • una pratica in cui un’azienda si definisce “eco” senza reali comportamenti sostenibili.
    • un programma di certificazione ufficiale.
  7. Secondo Federico, per viaggiare in modo sostenibile è meglio…
    • portare valigie grandi con tutto il necessario.
    • viaggiare leggeri con un solo zaino.
    • acquistare oggetti usa e getta durante il viaggio.
  8. Mangiare cibo a chilometro zero durante un viaggio significa…
    • mangiare solo cibo crudo.
    • consumare prodotti coltivati o allevati vicino al luogo in cui ci si trova.
    • mangiare sempre nei fast food internazionali.
  9. Secondo Federico, l’idea che viaggiare in modo sostenibile sia più costoso è…
    • assolutamente vera, solo i ricchi possono permetterselo.
    • un pregiudizio comune, ma con organizzazione è accessibile anche a budget medi.
    • vera solo per il cibo, falsa per gli alloggi.
  10. Alla fine della conversazione, Federico paragona il turismo sostenibile a…
    • una collezione di selfie.
    • un modo per collezionare esperienze invece di consumare i luoghi.
    • una rinuncia al piacere di viaggiare.

Answer keys
  1. il treno, perché ha un’impronta di carbonio molto più bassa.
  2. Usare plastica monouso per comodità.
  3. la trasformazione di interi quartieri in hotel senza volto e la fuga dei residenti.
  4. Il numero massimo di visitatori che un luogo può sostenere senza subire danni irreversibili.
  5. Ecolabel e Green Key.
  6. una pratica in cui un’azienda si definisce “eco” senza reali comportamenti sostenibili.
  7. viaggiare leggeri con un solo zaino.
  8. consumare prodotti coltivati o allevati vicino al luogo in cui ci si trova.
  9. un pregiudizio comune, ma con organizzazione è accessibile anche a budget medi.
  10. un modo per collezionare esperienze invece di consumare i luoghi.

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