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In Italia è ancora possibile migliorare la propria condizione sociale? / Is it still possible to improve one’s social status in Italy?


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Italian Version:

  • Marco: Serena, tu che sei una sociologa e studi da anni le disuguaglianze, vorrei farti una domanda diretta: in Italia è ancora possibile migliorare la propria condizione sociale, o siamo diventati una società bloccata?
  • Serena: Ciao Marco, domanda cruciale. La risposta breve è: sì, è ancora possibile, ma è diventato molto, molto più difficile rispetto a trenta o quarant’anni fa. Non a caso, molti studiosi parlano di “declino della mobilità sociale” in Italia. Per capirci: fino agli anni Settanta, l’istruzione funzionava come un vero e proprio ascensore sociale. Un figlio di operai che riusciva a laurearsi aveva altissime probabilità di raggiungere una posizione sociale superiore a quella dei genitori, spesso diventando dirigente, professionista o insegnante. Oggi, questo meccanismo si è inceppato. L’istruzione non garantisce più come un tempo l’ascensore sociale. I tassi di disoccupazione giovanile sono altissimi, anche tra i laureati. E chi nasce in una famiglia svantaggiata ha probabilità molto più basse di uscire dalla condizione di partenza rispetto al passato. Inoltre, le disuguaglianze economiche si stanno ampliando: il divario tra ricchi e poveri è cresciuto, e la ricchezza tende a concentrarsi sempre più nelle stesse famiglie. Insomma, la fotografia è piuttosto cupa.
  • Marco: Quali sono, secondo te, i fattori che influenzano maggiormente la mobilità sociale oggi? Immagino non sia solo questione di merito individuale.
  • Serena: No, assolutamente. Il merito conta, ma è solo uno dei tanti fattori, e spesso non il più determinante. I fattori principali sono almeno quattro. Primo: la famiglia di origine. Se nasci in una famiglia ricca, avrai accesso a migliori scuole, a viaggi, a conoscenze, a contatti che ti apriranno porte. Se nasci in una famiglia povera, partirai con uno svantaggio enorme che difficilmente riuscirai a colmare solo con lo studio. Secondo: il capitale culturale. Non è solo questione di soldi, ma anche di libri in casa, di abitudini di lettura, di discussioni a tavola, di frequentazione di musei e teatri. Questo capitale culturale si trasmette di generazione in generazione e fa una differenza abissale. Terzo: l’istruzione. Resta un fattore chiave, ma oggi il suo potere propulsivo è diminuito perché i titoli di studio si sono inflazionati e perché la qualità dell’istruzione pubblica varia molto da scuola a scuola. Quarto: il territorio in cui si vive. E qui il divario Nord-Sud è ancora fortissimo. Un giovane del Trentino ha molte più opportunità di un giovane della Calabria: migliori scuole, maggiori offerte formative, più tirocini, un tessuto industriale più sviluppato. La mobilità geografica è un’altra variabile: chi è disposto a spostarsi al Nord o all’estero ha più chance, ma non tutti se lo possono permettere.
  • Marco: Il divario Nord-Sud me lo aspettavo. Ma la famiglia pesa così tanto? Non dovrebbe essere lo Stato a garantire pari opportunità a tutti, indipendentemente dalla culla?
  • Serena: Dovrebbe, e in molti paesi europei funziona meglio che da noi. Ma in Italia, lo Stato sociale è meno generoso che in Scandinavia o Germania, e la mobilità sociale è più bassa. I dati sono impietosi: in Italia, la correlazione tra reddito dei genitori e reddito dei figli è tra le più alte d’Europa. In altre parole, se i tuoi genitori erano poveri, è molto probabile che tu rimarrai povero. Se erano ricchi, è molto probabile che tu rimarrai ricco. Questo significa che l’Italia è una delle società occidentali con minore mobilità intergenerazionale. E la famiglia pesa anche in un altro modo: le reti parentali e di conoscenza, quello che chiamiamo “raccomandazione”. In Italia, trovare un lavoro passa ancora troppo spesso attraverso canali informali: il parente che conosce qualcuno, l’amico dell’amico, il cugino del cugino. Questo favorisce chi ha già una rete di contatti, e penalizza chi viene da famiglie isolate o marginali.
  • Marco: E allora, cosa potrebbe favorire una maggiore mobilità sociale? Quali interventi sarebbero più efficaci secondo la tua esperienza?
  • Serena: Ci sono molte strade, ma nessuna bacchetta magica. Elenco le più importanti. Primo: investimenti massicci nell’istruzione pubblica di qualità. Non basta costruire scuole nuove; serve investire sugli insegnanti, ridurre il numero di alunni per classe, prolungare il tempo scuola nelle aree svantaggiate, garantire il diritto allo studio anche con borse di studio e servizi per chi non può permettersi libri o computer. L’istruzione è il principale antidoto contro la trasmissione intergenerazionale della povertà. Secondo: politiche abitative. Chi vive in condizioni abitative precarie o in quartieri degradati ha molte meno possibilità di studiare e trovare lavoro. Servono edilizia popolare di qualità e politiche contro la segregazione residenziale. Terzo: sostegno ai giovani, soprattutto quelli che escono dal sistema scolastico senza un diploma o una qualifica professionale. Servono programmi di formazione professionale, apprendistato di qualità, tirocini pagati dignitosamente. Quarto: riduzione del lavoro precario. La mobilità sociale è impossibile se sei costretto a saltare da un contratto a termine all’altro senza mai poter programmare il futuro. Servono politiche che favoriscano la stabilità occupazionale e rendano meno punitiva l’assunzione a tempo indeterminato per i giovani. Quinto: investimenti nelle aree svantaggiate, in particolare nel Sud Italia. Non si può chiedere a un ragazzo della periferia di Napoli di competere ad armi pari con un ragazzo del centro di Milano se lo Stato non investe per ridurre il divario infrastrutturale, digitale e culturale.
  • Marco: Tutto questo costa. E in un periodo di risorse scarse, come si stabiliscono le priorità?
  • Serena: Bella domanda, e politicamente delicata. La mia opinione è che investire nella mobilità sociale non sia una spesa, ma un investimento con un altissimo ritorno economico e sociale. Una società con bassa mobilità è una società sprecata: talenti che non emergono, intelligenze che rimangono inespresse, ingiustizie che generano risentimento e conflitto. Al contrario, una società dove è possibile migliorare la propria condizione è una società più dinamica, più innovativa, più coesa. Quindi, la priorità dovrebbe essere proprio questa: ridare fiato all’ascensore sociale. Si può fare tagliando sprechi altrove, si può fare riformando la spesa pubblica, si può fare tassando le rendite invece del lavoro. Ma la volontà politica è ciò che manca. Per decenni, i governi italiani hanno investito poco nell’istruzione e nelle politiche sociali, preferendo misure assistenzialistiche o tagli lineari.
  • Marco: E il ruolo dell’individuo? Conta ancora qualcosa? O è tutto determinato dalle strutture?
  • Serena: Il ruolo dell’individuo conta eccome. Non voglio cadere nel determinismo sociale. Ci sono persone che partono da condizioni svantaggiate e grazie a talento, impegno, fortuna o relazioni riescono a migliorare la propria condizione. Esistono storie di successo. Il problema è che oggi, statisticamente, sono molte meno di prima. E soprattutto, non si può chiedere a un individuo di sfondare da solo un muro che la società ha costruito. È ingiusto e inefficiente. La società deve garantire a tutti un punto di partenza dignitoso, e poi il merito individuale può fare la differenza. Ma se il punto di partenza è troppo basso, anche il più talentuoso degli individui faticherà ad emergere.
  • Marco: Quindi stai dicendo che l’Italia è diventata un paese per ricchi?
  • Serena: Non solo per ricchi, ma certamente per chi ha già vantaggi di partenza. I figli delle classi privilegiate tendono a rimanere privilegiati; i figli delle classi svantaggiate tendono a rimanere svantaggiati. C’è poca circolazione tra i piani. E questo non è solo ingiusto dal punto di vista morale, ma è anche dannoso per l’economia e la democrazia. Una società senza mobilità sociale è una società che si fossilizza, che perde vitalità, che rischia la stagnazione e il conflitto. Purtroppo, molti indicatori ci dicono che l’Italia sta andando in quella direzione.
  • Marco: Che fare, allora, a livello individuale? Io, da cittadino, posso fare qualcosa?
  • Serena: Certo. Innanzitutto, essere consapevoli del problema e non cadere nella trappola del “se non ce l’hai fatta è solo colpa tua”. Secondo, sostenere politiche pubbliche che riducono le disuguaglianze: votare con cognizione di causa, partecipare a iniziative civiche, fare pressione sugli amministratori. Terzo, se hai una posizione di vantaggio, usala per aprire porte ad altri: fare mentoring, segnalare persone meritevoli che non hanno le tue stesse reti, donare a fondi di borse di studio. Quarto, se sei un datore di lavoro, assumere basandoti sulle competenze reali, non sulle conoscenze. Quinto, se sei un genitore, trasmettere ai tuoi figli il valore dello studio, ma anche l’umiltà di riconoscere che non tutto è merito loro: molto è fortuna, molto è contesto.
  • Marco: Grazie, Serena. Mi hai aperto gli occhi su molti aspetti che davo per scontati.
  • Serena: Grazie a te, Marco. Ricordiamoci che la mobilità sociale non è solo un tema per sociologi ed economisti. È la promessa implicita di ogni democrazia: che dove nasci non debba determinare dove arrivi. Se questa promessa viene meno, viene meno anche la fiducia nelle istituzioni e nella democrazia stessa.

English Translation:

  • Marco: Serena, as a sociologist who has studied inequalities for years, I’d like to ask you a direct question: in Italy, is it still possible to improve one’s social condition, or have we become a blocked society?
  • Serena: Hi Marco, a crucial question. The short answer is: yes, it’s still possible, but it has become much, much harder than thirty or forty years ago. Unsurprisingly, many scholars speak of a “decline in social mobility” in Italy. To be clear: until the 1970s, education functioned as a genuine social elevator. A child of factory workers who managed to graduate had very high chances of reaching a social position higher than that of their parents, often becoming a manager, professional, or teacher. Today, this mechanism has stalled. Education no longer guarantees social mobility as it once did. Youth unemployment rates are very high, even among graduates. And those born into disadvantaged families are much less likely to escape their starting condition than in the past. Moreover, economic inequalities are widening: the gap between rich and poor has grown, and wealth tends to concentrate more and more in the same families. In short, the picture is rather grim.
  • Marco: In your opinion, which factors most influence social mobility today? I imagine it’s not just a matter of individual merit.
  • Serena: No, absolutely not. Merit matters, but it is only one of many factors, and often not the most decisive. The main factors are at least four. First: family of origin. If you are born into a wealthy family, you will have access to better schools, travel, connections, contacts that will open doors for you. If you are born into a poor family, you start with a huge disadvantage that you will hardly be able to overcome through study alone. Second: cultural capital. It’s not just about money, but also about books at home, reading habits, discussions at the dinner table, visiting museums and theaters. This cultural capital is transmitted from generation to generation and makes an abysmal difference. Third: education. It remains a key factor, but today its propulsive power has diminished because educational qualifications have become inflated and because the quality of public education varies greatly from school to school. Fourth: the territory where one lives. And here the North-South divide is still very strong. A young person from Trentino has many more opportunities than a young person from Calabria: better schools, more educational offerings, more internships, a more developed industrial fabric. Geographic mobility is another variable: those willing to move north or abroad have more chances, but not everyone can afford it.
  • Marco: I expected the North-South divide. But does family weigh that much? Shouldn’t the state guarantee equal opportunities for everyone, regardless of their cradle?
  • Serena: It should, and in many European countries it works better than here. But in Italy, the welfare state is less generous than in Scandinavia or Germany, and social mobility is lower. The data are merciless: in Italy, the correlation between parents’ income and children’s income is among the highest in Europe. In other words, if your parents were poor, it’s very likely you will remain poor. If they were rich, it’s very likely you will remain rich. This means that Italy is one of the Western societies with the lowest intergenerational mobility. And family also weighs in another way: the networks of relatives and acquaintances, what we call “recommendation.” In Italy, finding a job still too often passes through informal channels: the relative who knows someone, a friend of a friend, the cousin of a cousin. This favors those who already have a network of contacts and penalizes those who come from isolated or marginalized families.
  • Marco: So, what could promote greater social mobility? Which interventions would be most effective based on your experience?
  • Serena: There are many paths, but no magic wand. I’ll list the most important ones. First: massive investments in quality public education. It’s not enough to build new schools; we need to invest in teachers, reduce class sizes, extend school hours in disadvantaged areas, guarantee the right to study through scholarships and services for those who cannot afford books or computers. Education is the main antidote to the intergenerational transmission of poverty. Second: housing policies. Those living in precarious housing conditions or in degraded neighborhoods have far fewer opportunities to study and find work. We need quality public housing and policies against residential segregation. Third: support for young people, especially those who leave the school system without a diploma or professional qualification. We need vocational training programs, quality apprenticeships, decently paid internships. Fourth: reduction of precarious work. Social mobility is impossible if you are forced to jump from one fixed-term contract to another without ever being able to plan for the future. We need policies that promote employment stability and make permanent hiring less punitive for young people. Fifth: investments in disadvantaged areas, especially in southern Italy. You cannot ask a boy from the outskirts of Naples to compete on equal terms with a boy from central Milan if the state does not invest to reduce the infrastructural, digital, and cultural divide.
  • Marco: All of this costs money. And in a period of scarce resources, how do you set priorities?
  • Serena: Good question, and politically delicate. My opinion is that investing in social mobility is not an expense, but an investment with a very high economic and social return. A society with low mobility is a wasted society: talents that don’t emerge, intelligences that remain unexpressed, injustices that generate resentment and conflict. Conversely, a society where it is possible to improve one’s condition is a more dynamic, more innovative, more cohesive society. So, the priority should be precisely this: to revive the social elevator. We can do it by cutting waste elsewhere, by reforming public spending, by taxing unearned income instead of work. But political will is what is lacking. For decades, Italian governments have invested little in education and social policies, preferring welfare measures or across-the-board cuts.
  • Marco: And the role of the individual? Does it still count? Or is everything determined by structures?
  • Serena: The role of the individual certainly matters. I don’t want to fall into social determinism. There are people who start from disadvantaged conditions and, thanks to talent, effort, luck, or relationships, manage to improve their condition. Success stories exist. The problem is that today, statistically, they are far fewer than before. And above all, you cannot ask an individual to single-handedly break through a wall that society has built. It’s unjust and inefficient. Society must guarantee everyone a decent starting point, and then individual merit can make a difference. But if the starting point is too low, even the most talented individual will struggle to emerge.
  • Marco: So you’re saying that Italy has become a country for the rich?
  • Serena: Not only for the rich, but certainly for those who already have starting advantages. The children of privileged classes tend to remain privileged; the children of disadvantaged classes tend to remain disadvantaged. There is little circulation between the levels. And this is not only morally unjust, but also harmful to the economy and democracy. A society without social mobility is a society that fossilizes, loses vitality, risks stagnation and conflict. Unfortunately, many indicators tell us that Italy is heading in that direction.
  • Marco: What then, at an individual level, can be done? As a citizen, can I do anything?
  • Serena: Certainly. First of all, be aware of the problem and don’t fall into the trap of “if you didn’t make it, it’s only your fault.” Second, support public policies that reduce inequalities: vote with awareness, participate in civic initiatives, pressure administrators. Third, if you are in a position of advantage, use it to open doors for others: mentor, refer deserving people who don’t have your same networks, donate to scholarship funds. Fourth, if you are an employer, hire based on real skills, not on connections. Fifth, if you are a parent, pass on to your children the value of education, but also the humility to recognize that not everything is their merit: much is luck, much is context.
  • Marco: Thank you, Serena. You’ve opened my eyes to many aspects I took for granted.
  • Serena: Thank you, Marco. Let’s remember that social mobility is not just a topic for sociologists and economists. It is the implicit promise of every democracy: that where you are born should not determine where you end up. If this promise is broken, trust in institutions and in democracy itself is also broken.

Read each statement and decide whether it is true (T) or false (F) according to what is said in the dialogue.

  1. Secondo Serena, in Italia migliorare la propria condizione sociale è diventato molto più difficile rispetto a trenta o quarant’anni fa.
  2. Serena afferma che fino agli anni Settanta l’istruzione funzionava come un ascensore sociale: un figlio di operai laureato aveva alte probabilità di raggiungere una posizione sociale superiore.
  3. Secondo Serena, oggi l’istruzione garantisce ancora come un tempo l’ascensore sociale senza alcuna difficoltà.
  4. Serena sostiene che il merito individuale è l’unico fattore che conta per la mobilità sociale, mentre famiglia e territorio sono irrilevanti.
  5. Secondo Serena, il capitale culturale (libri in casa, abitudini di lettura, discussioni a tavola) si trasmette di generazione in generazione e fa una grande differenza.
  6. Serena afferma che il divario Nord-Sud in Italia non influisce sulle opportunità dei giovani.
  7. Secondo i dati citati da Serena, in Italia la correlazione tra reddito dei genitori e reddito dei figli è tra le più basse d’Europa.
  8. Serena dice che l’Italia è una delle società occidentali con minore mobilità intergenerazionale.
  9. Secondo Serena, la “raccomandazione” (reti parentali e conoscenze) favorisce chi ha già contatti e penalizza chi viene da famiglie isolate.
  10. Tra gli interventi per favorire la mobilità sociale, Serena cita investimenti massicci nell’istruzione pubblica di qualità.
  11. Serena propone di ridurre il numero di alunni per classe e prolungare il tempo scuola nelle aree svantaggiate.
  12. Secondo Serena, investire nella mobilità sociale è una spesa inutile e non produce alcun ritorno economico.
  13. Serena afferma che in Italia i governi hanno tradizionalmente investito molto in istruzione e politiche sociali.
  14. Serena dice che il ruolo dell’individuo non conta più nulla: tutto è determinato dalle strutture sociali.
  15. Secondo Serena, anche se esistono storie di successo individuale, statisticamente oggi sono molte meno di prima.
  16. Serena sostiene che l’Italia è diventata un paese solo per ricchi, dove i figli delle classi privilegiate tendono a rimanere privilegiati e quelli svantaggiati a rimanere svantaggiati.
  17. Secondo Serena, una società senza mobilità sociale è una società più dinamica, innovativa e coesa.
  18. Tra i suggerimenti ai cittadini, Serena dice di votare con cognizione di causa, fare pressione sugli amministratori e, se in posizione di vantaggio, usarla per aprire porte ad altri.
  19. Alla fine della conversazione, Serena afferma che la mobilità sociale è la promessa implicita di ogni democrazia: che dove nasci non debba determinare dove arrivi.

Answer keys
  1. Vero
  2. Vero
  3. Falso – Dice che l’istruzione non garantisce più come un tempo l’ascensore sociale.
  4. Falso – Elenca almeno quattro fattori (famiglia, capitale culturale, istruzione, territorio) e dice che il merito è solo uno dei tanti.
  5. Vero
  6. Falso – Dice che il divario Nord-Sud è fortissimo e che un giovane del Trentino ha molte più opportunità di uno della Calabria.
  7. Falso – Dice che la correlazione è tra le più alte d’Europa.
  8. Vero
  9. Vero
  10. Vero
  11. Vero
  12. Falso – Dice che è un investimento con altissimo ritorno economico e sociale.
  13. Falso – Dice che per decenni i governi italiani hanno investito poco nell’istruzione e nelle politiche sociali.
  14. Falso – Dice che il ruolo dell’individuo conta eccome, ma non è tutto determinato dalle strutture.
  15. Vero
  16. Vero (precisando che non solo per ricchi, ma certamente per chi ha vantaggi di partenza)
  17. Falso – Dice che è una società che si fossilizza, perde vitalità, rischia stagnazione e conflitto.
  18. Vero
  19. Vero

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