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Italian Version:
- Elena: Riccardo, so che ti sei interessato molto alle politiche di uguaglianza e che hai anche partecipato a iniziative sul tema. Vorrei chiederti un’opinione sincera: quanto è lontana l’Italia dalla vera parità di genere? Perché a volte vedo progressi, altre volte mi sembra che siamo indietro di decenni.
- Riccardo: Ciao Elena, domanda fondamentale. Purtroppo, la risposta onesta è: ancora troppo, e in alcuni ambiti siamo addirittura in regressione. Il gender gap in Italia è tra i più alti d’Europa. Secondo l’Indice sull’uguaglianza di genere dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, l’Italia si colloca spesso intorno al quattordicesimo o quindicesimo posto su ventisette paesi, cioè nella parte bassa della classifica. In particolare, il gap nel lavoro è drammatico: il tasso di occupazione femminile è circa venti punti percentuali sotto quello maschile (52% contro 72%, mentre la media europea è molto più equilibrata). Inoltre, la cultura patriarcale è ancora profondamente radicata in molti contesti: nella famiglia, dove spesso le donne si fanno carico della maggior parte del lavoro di cura non retribuito; nel lavoro, dove esiste un soffitto di cristallo che impedisce alle donne di accedere ai ruoli dirigenziali; e persino nel linguaggio quotidiano, dove il maschile sovraesteso è ancora la norma. Senza dimenticare il problema endemico della violenza di genere, che in Italia continua a mietere vittime anno dopo anno.
- Elena: Numeri impressionanti. E sulla presenza femminile nei ruoli di potere? È vero che qualcosa si sta muovendo?
- Riccardo: Sì, qualcosa si muove, ma con una lentezza esasperante. Partiamo dai dati politici: nel parlamento italiano, dopo le ultime elezioni, la percentuale di donne è aumentata, ma siamo ancora lontani dalla parità. Alla Camera delle Deputati le donne sono circa un terzo, al Senato poco più del trenta per cento. È meglio rispetto a vent’anni fa, quando eravamo sotto il dieci per cento, ma non ancora sufficiente. Nelle amministrazioni regionali e comunali la situazione è simile. Per quanto riguarda i consigli di amministrazione delle aziende, qui la legge ha fatto la differenza. Dal 2011 esiste una legge che impone quote di genere nei CdA delle società quotate in borsa e delle aziende pubbliche: almeno un terzo dei membri deve essere del genere sottorappresentato. Questa legge ha avuto un effetto concreto: la percentuale di donne nei CdA è passata dal 6% circa nel 2010 a oltre il 40% oggi. Tuttavia, attenzione: questo vale solo per le grandi aziende quotate. Nelle medie e piccole imprese, che sono il tessuto economico italiano, la presenza femminile nei ruoli decisionali è ancora molto bassa. Inoltre, la legge non ha cambiato la cultura profonda: molte donne che siedono nei CdA sono lì perché la legge le ha imposte, non perché siano state riconosciute come leader. E spesso sono “semprElena” che ricoprono più incarichi, perché il pool di donne considerate idonee è ancora piccolo.
- Elena: Quindi la legge serve, ma non è sufficiente. Serve un cambiamento culturale più profondo. Secondo te, cosa si può fare per accelerare il cambiamento?
- Riccardo: Esattamente. La legge è necessaria ma non sufficiente. Per accelerare il cambiamento servono interventi su tre fronti, secondo me. Primo: educazione alle pari opportunità fin dalle scuole. Dobbiamo smantellare gli stereotipi di genere che i bambini assorbono fin da piccoli: “i maschi non piangono”, “le femmine sono più brave in italiano, i maschi in matematica”, “i giochi da maschio e i giochi da femmina”. L’educazione deve insegnare che le competenze non hanno genere, e che le scelte di vita e professionali non sono predeterminate dal sesso. Secondo: politiche di conciliazione vita-lavoro. In Italia, i congedi parentali sono ancora molto sbilanciati: i congedi per le madri sono lunghi, quelli per i padri sono ridicolmente brevi (dieci giorni obbligatori, recentemente aumentati, ma ancora insufficienti). Bisogna incentivare i padri a prendersi cura dei figli, e creare servizi come asili nido accessibili e di qualità. Finché la cura dei bambini ricade quasi esclusivamente sulle madri, le donne non potranno competere ad armi pari nel mondo del lavoro. Terzo: interventi culturali per smantellare stereotipi attraverso i media, la pubblicità, la scuola, la formazione aziendale. Dobbiamo mostrare modelli femminili di successo in tutti i campi, e modelli maschili che non siano solo “cacciatori” e “protettori” ma anche persone che si prendono cura, che esprimono emozioni, che rifiutano la violenza.
- Elena: Sull’educazione sono d’accordo, ma mi chiedo: non è troppo tardi quando si arriva all’università o al lavoro? Non dovremmo cominciare già all’asilo?
- Riccardo: Assolutamente sì, si comincia all’asilo. Ma non è mai troppo tardi per intervenire. Ho visto programmi di formazione aziendale che in pochi mesi hanno modificato comportamenti e pregiudizi impliciti. La mente umana è plastica, si può cambiare. Certo, è più difficile che farlo su bambini piccoli, ma è possibile. Inoltre, serve anche un cambiamento nella narrazione pubblica. Per esempio, quando una donna diventa amministratore delegato o vince un premio scientifico, i media tendono a sottolineare che è una “donna”, mentre per un uomo è semplicemente un “amministratore delegato”. Oppure chiedono alle donne scienziate come conciliano lavoro e famiglia, cosa che non chiedono mai ai colleghi uomini. Questi piccoli riflessi linguistici e giornalistici hanno un peso enorme nel mantenere gli stereotipi.
- Elena: Parlando di lavoro, c’è anche il problema del divario retributivo. A parità di mansione, le donne italiane guadagnano meno degli uomini. È vero?
- Riccardo: Purtroppo sì. Il gender pay gap in Italia è intorno al 5-7% a parità di mansione, ma se si considera l’intera carriera, la differenza arriva al 20-30% perché le donne accumulano meno promozioni, più interruzioni (dovute alla maternità) e spesso lavorano in settori meno pagati (come l’istruzione e la sanità, tradizionalmente femminili ma sottovalutati). A parità di contratto e di orario, una donna guadagna comunque meno di un uomo per lo stesso lavoro. Questo accade per molte ragioni: pregiudizio implicito dei datori di lavoro, minore capacità di negoziazione delle donne (perché socializzate a non essere aggressive), mancanza di trasparenza salariale. Alcuni paesi hanno introdotto l’obbligo per le aziende di pubblicare i salari divisi per genere, e questo ha ridotto il gap. In Italia siamo indietro anche su questo.
- Elena: E sulla violenza di genere? Spesso si dice che l’Italia ha fatto progressi con le leggi, ma i numeri dei femminicidi sono ancora altissimi. Cosa non funziona?
- Riccardo: Qui tocchi il nodo più doloroso. L’Italia ha buone leggi: il codice rosso per i reati di violenza, l’ammonimento del questore, i centri antiviolenza finanziati. Ma l’attuazione è carente. Troppi casi non vengono denunciati per paura o sfiducia nelle istituzioni. Troppe denunce vengono archiviate. Troppi uomini violenti non vengono rieducati. E soprattutto, manca una prevenzione culturale seria. Fino a quando un “no” non sarà rispettato come un “no” senza bisogno di giustificazioni, fino a quando si insegnerà alle ragazze a difendersi invece di insegnare ai ragazzi a non aggredire, fino a quando si minimizzeranno certi comportamenti con “è solo gelosia” o “ha alzato la voce ma non picchia”, la violenza continuerà. Serve un’educazione affettiva e sessuale obbligatoria in tutte le scuole, dalla primaria alle superiori, che insegni il consenso, il rispetto, l’uguaglianza. E servono campagne nazionali continue, non solo dopo un femminicidio che fa notizia.
- Elena: E gli uomini, in tutto questo, che ruolo possono giocare?
- Riccardo: Ruolo fondamentale, e spesso sottovalutato. La parità di genere non è una questione solo femminile. Gli uomini devono essere alleati attivi. Cosa significa? Significa, per esempio, farsi carico in casa del lavoro di cura in modo equo, senza che la donna debba chiedere o ricordare. Significa intervenire quando si sentono battute sessiste tra amici o colleghi, invece di riderci su per non essere esclusi. Significa sostenere le colleghe donne sul lavoro, dare credito alle loro idee, non interromperle nelle riunioni. Significa insegnare ai figli maschi il rispetto e l’uguaglianza. Significa, per chi ha responsabilità di assunzione, combattere i pregiudizi inconsci e valutare solo le competenze. In altre parole, la parità non si ottiene solo chiedendo alle donne di “farsi avanti” o di “essere più ambiziose”. Si ottiene anche chiedendo agli uomini di fare un passo indietro dove è necessario, e di fare un passo avanti come alleati.
- Elena: Grazie, Riccardo. Spesso mi sento scoraggiata, ma parlare con te mi dà un po’ di speranza. Forse il cambiamento è lento, ma è in atto.
- Riccardo: Non perdere la speranza, Elena. I cambiamenti culturali richiedono generazioni, ma ogni piccolo passo conta. Il fatto stesso che oggi discutiamo di queste cose apertamente, che i giovani abbiano una sensibilità diversa sulla violenza di genere rispetto ai loro nonni, che ci siano leggi e servizi che non esistevano trent’anni fa, tutto questo è progresso. La strada è lunga, ma la direzione è quella giusta. E finché ci sono persone come te che non si rassegnano, la meta si avvicina.
English Translation:
- Elena: Riccardo, I know you’ve been very interested in equality policies and have also participated in initiatives on the topic. I’d like to ask you for an honest opinion: how far is Italy from true gender equality? Because sometimes I see progress, other times it seems to me we’re decades behind.
- Riccardo: Hi Elena, a fundamental question. Unfortunately, the honest answer is: still too far, and in some areas we’re even regressing. The gender gap in Italy is among the highest in Europe. According to the Gender Equality Index of the European Institute for Gender Equality, Italy often ranks around fourteenth or fifteenth out of twenty-seven countries, i.e., in the lower part of the ranking. In particular, the gap in employment is dramatic: the female employment rate is about twenty percentage points below the male rate (52% versus 72%, while the European average is much more balanced). Moreover, patriarchal culture is still deeply rooted in many contexts: in the family, where women often take on most of the unpaid care work; at work, where there is a glass ceiling that prevents women from accessing managerial roles; and even in everyday language, where the extended masculine is still the norm. Not to mention the endemic problem of gender-based violence, which in Italy continues to claim victims year after year.
- Elena: Impressive numbers. And regarding female presence in positions of power? Is it true that something is moving?
- Riccardo: Yes, something is moving, but with exasperating slowness. Let’s start with political data: in the Italian parliament, after the last elections, the percentage of women has increased, but we are still far from parity. In the Chamber of Deputies, women are about a third, in the Senate a little over thirty percent. It’s better than twenty years ago, when we were below ten percent, but still not enough. In regional and municipal administrations, the situation is similar. Regarding corporate boards of directors, here the law has made a difference. Since 2011, there has been a law imposing gender quotas on the boards of listed companies and public enterprises: at least one third of members must be of the underrepresented gender. This law has had a concrete effect: the percentage of women on boards has gone from about 6% in 2010 to over 40% today. However, be careful: this only applies to large listed companies. In small and medium-sized enterprises, which are the fabric of the Italian economy, female presence in decision-making roles is still very low. Furthermore, the law has not changed the deep culture: many women who sit on boards are there because the law imposed them, not because they have been recognized as leaders. And often they are the “usual” women holding multiple positions, because the pool of women considered suitable is still small.
- Elena: So the law helps, but it’s not enough. A deeper cultural change is needed. In your opinion, what can be done to accelerate change?
- Riccardo: Exactly. Law is necessary but not sufficient. To accelerate change, interventions are needed on three fronts, in my opinion. First: education in equal opportunities from school onward. We need to dismantle gender stereotypes that children absorb from an early age: “boys don’t cry,” “girls are better at Italian, boys at math,” “toys for boys and toys for girls.” Education must teach that skills have no gender, and that life and professional choices are not predetermined by sex. Second: work-life balance policies. In Italy, parental leave is still very unbalanced: leave for mothers is long, leave for fathers is ridiculously short (ten days mandatory, recently increased, but still insufficient). We need to encourage fathers to take care of children, and create services such as accessible, quality nurseries. As long as childcare falls almost exclusively on mothers, women will not be able to compete on equal footing in the workplace. Third: cultural interventions to dismantle stereotypes through media, advertising, schools, workplace training. We need to show successful female models in all fields, and male models who are not just “hunters” and “protectors” but also people who care, express emotions, reject violence.
- Elena: On education I agree, but I wonder: isn’t it too late by the time they get to university or work? Shouldn’t we start in kindergarten?
- Riccardo: Absolutely yes, you start in kindergarten. But it’s never too late to intervene. I have seen corporate training programs that in a few months have changed behaviors and implicit biases. The human mind is plastic, it can change. Of course, it’s more difficult than doing it with young children, but it’s possible. Moreover, a change in public narrative is also needed. For example, when a woman becomes CEO or wins a scientific award, the media tend to emphasize that she is a “woman,” while for a man he is simply a “CEO.” Or they ask female scientists how they balance work and family, something they never ask male colleagues. These small linguistic and journalistic reflexes have enormous weight in maintaining stereotypes.
- Elena: Speaking of work, there’s also the pay gap issue. For the same job, Italian women earn less than men. Is that true?
- Riccardo: Unfortunately, yes. The gender pay gap in Italy is around 5-7% for the same job, but considering the entire career, the difference reaches 20-30% because women accumulate fewer promotions, more interruptions (due to motherhood), and often work in lower-paid sectors (such as education and healthcare, traditionally female but undervalued). For the same contract and hours, a woman still earns less than a man for the same work. This happens for many reasons: implicit bias from employers, women’s lower negotiation skills (because they are socialized not to be aggressive), lack of pay transparency. Some countries have introduced an obligation for companies to publish salaries broken down by gender, and this has reduced the gap. Italy is behind on this as well.
- Elena: And on gender-based violence? It’s often said that Italy has made progress with laws, but the numbers of femicides are still very high. What isn’t working?
- Riccardo: Here you touch the most painful issue. Italy has good laws: the red code for violent crimes, police warnings, funded anti-violence centers. But implementation is lacking. Too many cases go unreported due to fear or distrust in institutions. Too many reports are filed away. Too many violent men are not re-educated. And above all, there is a lack of serious cultural prevention. As long as a “no” is not respected as a “no” without need for justification, as long as girls are taught to defend themselves instead of teaching boys not to attack, as long as certain behaviors are downplayed with “it’s just jealousy” or “he raised his voice but doesn’t hit,” violence will continue. Mandatory emotional and sexual education is needed in all schools, from primary to high school, that teaches consent, respect, equality. And continuous national campaigns are needed, not just after a femicide that makes the news.
- Elena: And men, in all this, what role can they play?
- Riccardo: A fundamental role, often underestimated. Gender equality is not a women-only issue. Men must be active allies. What does that mean? It means, for example, taking on care work at home equally, without the woman having to ask or remind. It means intervening when you hear sexist jokes among friends or colleagues, instead of laughing along to avoid being left out. It means supporting female colleagues at work, giving credit to their ideas, not interrupting them in meetings. It means teaching sons respect and equality. It means, for those with hiring responsibilities, fighting unconscious biases and evaluating only skills. In other words, equality is not achieved only by asking women to “lean in” or “be more ambitious.” It is also achieved by asking men to step back where necessary, and to step forward as allies.
- Elena: Thank you, Riccardo. I often feel discouraged, but talking to you gives me some hope. Perhaps change is slow, but it is happening.
- Riccardo: Don’t lose hope, Elena. Cultural changes take generations, but every small step counts. The very fact that we discuss these things openly today, that young people have a different sensitivity to gender violence than their grandparents, that there are laws and services that didn’t exist thirty years ago, all of this is progress. The road is long, but the direction is the right one. And as long as there are people like you who don’t give up, the goal gets closer.
True or False?
Read each statement and decide whether it is true (T) or false (F) according to what is said in the dialogue.
- Secondo Riccardo, il gender gap in Italia è tra i più bassi d’Europa.
- Il tasso di occupazione femminile in Italia è circa venti punti percentuale sotto quello maschile (52% contro 72%).
- Riccardo afferma che la cultura patriarcale è ormai scomparsa in Italia.
- Nel parlamento italiano, la percentuale di donne è ancora lontana dalla parità: alla Camera circa un terzo, al Senato poco più del 30%.
- Dal 2011 esiste una legge che impone quote di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende pubbliche.
- Grazie alla legge sulle quote, la percentuale di donne nei CdA delle grandi aziende quotate è passata dal 6% circa nel 2010 a oltre il 40% oggi.
- Riccardo sostiene che la legge sulle quote ha risolto completamente il problema della cultura patriarcale nelle aziende italiane.
- Secondo Riccardo, per accelerare il cambiamento servono interventi solo sul lavoro, non nell’educazione.
- Riccardo propone di smantellare gli stereotipi di genere già dalla scuola dell’infanzia.
- In Italia, i congedi parentali per i padri sono molto lunghi (mesi) e ben bilanciati rispetto a quelli delle madri.
- Riccardo afferma che a parità di mansione, le donne italiane guadagnano meno degli uomini (gender pay gap).
- Secondo Riccardo, se si considera l’intera carriera, il divario retributivo tra uomini e donne arriva al 20-30% a causa di promozioni, interruzioni e settori meno pagati.
- Riccardo dice che l’Italia ha già introdotto l’obbligo per le aziende di pubblicare i salari divisi per genere, come in altri paesi.
- Sulla violenza di genere, Riccardo afferma che il problema principale è la mancanza di buone leggi.
- Riccardo propone un’educazione affettiva e sessuale obbligatoria in tutte le scuole, dalla primaria alle superiori.
- Secondo Riccardo, la parità di genere è una questione solo femminile e gli uomini non hanno alcun ruolo da giocare.
- Riccardo elenca alcuni comportamenti che gli uomini possono adottare: farsi carico del lavoro di cura in casa, intervenire contro le battute sessiste, sostenere le colleghe donne, insegnare il rispetto ai figli maschi.
- Alla fine della conversazione, Riccardo dice che il cambiamento culturale richiede generazioni, ma ogni piccolo passo conta e la direzione è quella giusta.
Answer keys
- Falso – Dice che il gender gap è tra i più alti d’Europa.
- Vero
- Falso – Dice che è ancora profondamente radicata in famiglia, lavoro e linguaggio.
- Vero
- Vero
- Vero
- Falso – Dice che la legge non ha cambiato la cultura profonda; molte donne sono lì perché imposte, non perché riconosciute come leader.
- Falso – Parla di interventi su tre fronti: educazione, conciliazione vita-lavoro, interventi culturali.
- Vero
- Falso – Dice che i congedi per i padri sono ridicolmente brevi (dieci giorni obbligatori, ancora insufficienti).
- Vero
- Vero
- Falso – Dice che l’Italia è indietro su questo fronte.
- Falso – Dice che le leggi ci sono (es. codice rosso) ma mancano attuazione, prevenzione culturale e educazione.
- Vero
- Falso – Dice che gli uomini devono essere alleati attivi e che la parità non è solo questione femminile.
- Vero
- Vero